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La lezione del Coronavirus

L'emergenza coronavirus provocata dal Covid-19 ha paralizzato la società e l'economia mondiale. E ha costretto, tra le altre cose, le aziende a inventarsi un modo completamente diverso di operare.

L'esperienza non è stata uguale per tutti ed è dipesa soprattutto dal livello di digitalizzazione di ogni singola azienda. Adesso però il rischio è che non seguano gli investimenti (tanto culturali quanto tecnologici) necessari per analizzare, consolidare e istituzionalizzare quello che è successo per rendere l'azienda più resiliente rispetto alle sfide future.

Sarebbe uno sbaglio non cogliere questa opportunità, e sta proprio ai responsabili della digital strategy e della digital transformation lavorare per capitalizzare la resilienza dimostrata dalle aziende e accelerare. Vediamo con quali strumenti è possibile farlo.

Ripartire dal cloud

Il primo e più significativo punto è l'architettura IT: quale cloud usare o almeno, quali asset aziendali rendere disponibili da remoto. La parola chiave che le aziende devono imparare adesso è “resilienza” e quelle che possono utilizzare canali digitali e sono attrezzate per sostenere in maniera sicura questi carichi hanno dimostrato di essere le più resilienti. «Oggi – ha detto il CTO Paolo Mainardi in un’intervista per Il Giornale – abbiamo spazi di manovra che permettono alle economie di non crollare sotto il peso di anomalie». L'importante è sfruttarli. E non c'è momento migliore per progettare una trasformazione digitale articolata, perché il management adesso è sicuramente più sensibile a questi temi.

La scelta dell'architettura e dei fornitori di servizi sono fondamentali: cloud pubblico, cloud privato, una forma di cloud ibrido che permetta di utilizzare servizi di cloud pubblico e on premises. Qualunque sia il caso, alla base della scelta ci sono tecnologie che sono diventate chiave: applicazioni web cloud-native, sviluppate in ambienti serverless, con pratiche di DevOps e SRE che permettono all'azienda di essere più competitivi sia per la velocità di implementazione delle nuove soluzioni che per la loro modifica o trasformazione.

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Gli strumenti per la collaborazione vengono dopo

Una buona strategia di collaborazione parte dal disegno dei processi e delle policy e solo dopo arriva agli strumenti, e non viceversa. Ormai è noto: nelle situazioni di emergenza è necessario continuare a lavorare anche da remoto, ma occorre capire come farlo e con quali livelli di flessibilità e sicurezza.

Partire invece dallo strumento, cioè dall'applicazione preconfezionata, porta spesso a implementare male o in maniera incompleta le soluzioni. Per questo avere una visione centrale con un’idea di quali siano gli strumenti da usare per le varie attività interne e verso l'esterno è un aspetto cruciale. Questo non vuol dire chiudere l'azienda alla flessibilità, bensì renderla più flessibile, sicura e resiliente.

Anche perché, a partire da Microsoft 365 fino alla G Suite di Google, gli strumenti di collaborazione non avevano mai ricevuto così tanta attenzione prima. E ne stanno nascendo di sempre nuovi e più interessanti, figli magari della necessità di supplire alla mancanza di strumenti interni. Così, ecco la lunga lista di "nuovi" tool: da GoToMeeting e Google Meet a Zoom, diventato famoso proprio grazie alla pandemia, da WebEx di Cisco fino a BlueJeans, comprato da Verizon pochi giorni fa, a testimonianza dell'interesse che i big dell'IT e delle telecomunicazioni stanno manifestando in questo settore.

Ci siamo trovati tutti a partecipare a call, meeting e condivisione di documenti attraverso uno i più di questi strumenti. Adesso è necessario trovare una logica con cui usarli e quindi scegliere quali sono più adatti alle nostre esigenze. Soprattutto considerando che uno dei requisiti più difficili da valutare dal punto di vista dell'utente finale è quello della sicurezza dei dati, che invece i professionisti dell'IT sanno valutare meglio. Ed è una parte della conversazione che deve essere avviata al più presto.

La cosa più importante è disegnare i processi e costruire la mentalità interna

Progettare la trasformazione digitale oggi è un'ottima occasione per rivedere i processi interni e ridisegnarli in maniera differente. Il consiglio in questo caso è sforzarsi di diventare paperless, che non vuol dire semplicemente eliminare la carta ma anche ripensare la forma e il flusso dei documenti in modo che abbiano senso in formato digitale. È altresì importante garantire la maggior semplicità possibile nelle interfacce dei tool per abbattere i costi di formazione e re-training interni, e stabilire delle regole chiare e condivise su quali strumenti possono essere utilizzati da quali persone in azienda.

Più in generale, la trasformazione digitale non è tecnologica ma culturale: la tecnologia è solo il fattore abilitante. Ma è necessario cambiare la mentalità e ridisegnare i processi. L'incrocio tra la maturità delle tecnologie cloud di nuova generazione e l'emergenza Coronavirus è una grandissima opportunità per cambiare mentalità in azienda. Soprattutto visto che la più grande resistenza, cioè quella dei dipendenti, è al minimo storico perché tutti hanno provato per settimane cosa vuol dire usare strumenti diversi e più leggeri.

Conclusione: la nuova centralità dell’IT e del digital

L'informatica è diventata il centro della vita delle aziende. Anzi, come ha detto ormai quasi 10 anni fa il creatore di Mosaic e Netscape e oggi venture capitalist Marc Andreessen, "il software si sta mangiando il mondo", cioè tutte le aziende stanno diventando anche delle software house, che se ne rendano conto o no. Non riuscire a utilizzare la tecnologia, e soprattutto non avere la mentalità per utilizzarla, è uno svantaggio competitivo che rischia di essere critico per la sopravvivenza stessa delle aziende.

«Con le possibilità che oggi abbiamo – afferma il nostro CEO Stefano Mainardi sempre per il Giornale – è necessario che le organizzazioni colgano il massimo potenziale dal digitale portando in azienda tecnologie, processi e piattaforme abilitanti. Ed è questo uno dei nostri obiettivi principali: spiegare che oggi ogni azienda è anche un'azienda di software».

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